"Cos'è che in noi mente, uccide, ruba?" Georg Büchner, Woyzeck

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giovedì 31 dicembre 2015

Diciamo che mi chiamo Ossessione



Sono io la grande balena bianca, desiderosa di vivere e di ammazzarti, l'incarnazione di tutto ciò che odi, o sei tu, la grande utopia di acciuffare il proprio destino e dominarlo, l'essere ambiguo che ammicca e sprofonda negli abissi.
La grande balena bianca è la nostra relazione, arpionata a morte e ormai inabissata nelle acque irraggiungibili e gelide di un oceano mostruoso.
La grande balena bianca vive dentro di me, nelle profondità della mia malattia mentale.

Dalla disillusione possono nascere capolavori.


venerdì 2 novembre 2012

IL GIORNO CHE I MORTI PERSERO LA STRADA DI CASA


Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c'era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consueti, il mezzo sorriso d'occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d'arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c'erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il due mattina, al risveglio.Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero s'avvicinavano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all'alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l'avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo otto anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall'aldilà il mitico "Meccano" e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.I dolci erano quelli rituali, detti "dei morti": marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, "rami di meli" fatti di farina e miele, "mustazzola" di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il "pupo di zucchero" che in genere raffigurava un bersagliere con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «che ti portarono quest'anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel due novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l'anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sperluccicante triciclo.Insomma il due di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un'affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con ui soldati americani arrivò macari l'albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e "stampato", come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

Racconti Quotidiani - Andrea Camilleri

mercoledì 15 agosto 2012

che meraviglia

La gente dice che ciò che conta è vivere, ma io preferisco leggere.
(Logan Pearsall Smith)


sono entrata in libreria, l'unica libreria che c'è qui. cercavo una novità, è tanto che non leggo un bel librone da trenta euro appena stampato.
La signora della libreria, bellissima nella sua naturale sciattezza e nell'ostentazione dei suoi anni, mi ha raccontato come fosse finita a vendere libri nel più piccolo paese d'Italia, a più di 1000 km da casa sua.
tanti anni fa, mi ha detto, era venuta ad accompagnare la madre in vacanza, che purtroppo in quei giorni si ammalò e così la vacanza diventò un lungo soggiorno in ospedale. durante quei mesi di ozio, la futura libraia - ex giornalista ed ex collaboratrice di case editrici, c'è da precisare - faceva compagnia alla madre ammalata e si ritrovò a poter leggere solo i librini gialli che rimediava nelle edicole.
da lì, dopo 4 mesi di noia mortale, la decisione di trasferirsi definitivamente in quel paesello e di aprire una libreria - prima ed unica libreria del paese -, dunque di invecchiare lavorando: il negozio le permette semplicemente di andare in pari tutti i mesi ma almeno non fa la pensionata e non si annoia più.
non ce l'ho fatta a persistere nella decisione di acquistare una novità. mi sembrava, dopo questa bella storia, di aver già fatto il pieno. e ho optato per un classico che avrei voluto leggere da tanto tempo.

LA PELLE, Curzio Malaparte. in un'edizione curatissima, di Adelphi. uno di quei libri che ti fanno benedire l'invenzione della scrittura.

Una meraviglia. una vergogna non averlo letto prima, un peccato averlo già letto.

mercoledì 18 aprile 2012

ODIO PURO

Dentro, da qualche parte nel basso ventre, covava una roba che lo faceva stare di merda. Una di quelle robe che ti consumano piano piano, che ti ammalano come un morbo dalla lenta incubazione, e di cui non puoi parlare a nessuno perché se per caso sputi il rospo ti crolla in testa tutto il teatrino del cazzo.

Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via

martedì 27 marzo 2012

(insegnante nel midollo)

oggi mi sdoppio

Lo fatal

loro sono in tanti a scrivere ed aver scritto, ma io sono sola a leggerli!!!!

scoperta di oggi, studiando per il tfa e cercando di colmare le lacune in
letteratura ispanoamericana (questa sconosciuta
)

Il lavoro sarà infinito, e probabilmente non avrò neanche i soldi per pagarmelo se lo passo, ma intanto studio.
Mi tengo impegnata.
Lo fatal è che questo cuore late y late. sangra y late. echo polvo y late. desesperado, late.

domenica 25 marzo 2012

ciao Antonio!

La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare... un po' qua e un
po' là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un
mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l'altro? A volte quello
che sta sul cocuzzolo e sembra sorretto da tutto il mucchietto, è proprio lui
che tiene insieme tutti gli altri, perché quel mucchietto non ubbidisce alle
leggi della fisica, togli il granello che credevi non sorreggesse niente e
crolla tutto, la sabbia scivola, si appiattisce e non ti resta altro che farci
ghirigori col dito, degli andirivieni, sentieri che non portano da nessuna
parte, e dai e dai, stai lì a tracciare andirivieni, ma dove sarà quel benedetto
granello che teneva tutto insieme... e poi un giorno il dito si ferma da sé, non
ce la fa più a fare ghirigori, sulla sabbia c'è un tracciato strano, un disegno
senza logica e senza costrutto, e ti viene un sospetto, che il senso di tutta
quella roba lì erano i ghirigori.


Antonio Tabucchi, Tristano muore.

sabato 24 marzo 2012

mangiata, viva.


"La realtà non è un 'vissero felici e contenti', o stronzate del genere. La vita
è lavoro, fatica. Solo raramente la persona che amiamo è davvero degna del
nostro amore. Forse nessuno ne è degno, oppure nessuno merita un tale fardello.
Alla fine si resta fregati. Si resta delusi, si perde la fiducia e si passano
momenti terribili. Quello che perdi è più di quello che guadagni. Alla fine, odi
e ami in parti uguali la persona che hai scelto. Eppure, cazzo, ti rimbocchi le
maniche e ti dai da fare, perchè diventare adulti significa proprio questo."

Dennis Lohane, La morte non dimentica (Mystic River)

venerdì 23 marzo 2012

Sisifo (in)felice

Secondo Camus, esiste un solo problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta significa rispondere al quesito fondamentale della filosofia.

Del resto, viviamo in un mondo creato da un Dio per erigervi il proprio patibolo (Borges).

interessante articolo sui letterati suicidi di Sergio Garufi che si conclude con queste righe di Camillo Sbarbaro:

“è aperto un concorso per segretario comunale a Scarnafigi. Se vi concorressi? Immagino un paese tagliato fuori dal mondo; un grosso borgo, piatto, terribilmente banale. Vi arriverei in un giorno di pioggia. Vi sposerei una donna insignificante, ad esempio un’economa. Nessuno saprebbe più nulla di me. Mi preparerei una vecchiaia perbene. Accarezzo l’idea. Sarebbe un suicidio tranquillo e decente; più silenzioso dell’annegamento che riempie d’acqua la bocca.”

lunedì 20 febbraio 2012

LA TRAMA DEL MATRIMONIO


io, eucariota che son io....eucariota che non sono altro...

Di colpo lui assunse un'espressione strana, come se fosse cupamente divertito. "Se noi fossimo due cellule di lievito, sai cosa faremmo?"
"Non voglio sapere niente delle cellule di lievito! Non ne posso più del lievito."
"Potendo scegliere, lo stato ideale per una cellula di lievito sarebbe quello di diploide. Ma se si trova in un ambiente privo di nutrienti, sai che cosa succede?"
"Non me ne importa niente!"
"Le diploidi si separano di nuovo in aploidi. Piccole aploidi solitarie. Perchè in una fase critica è più facile sopravvivere come cellula singola."

domenica 8 gennaio 2012

tutto bene quel che finisce bene


"Così, secondo il rito prescritto, Psiche sposò Amore e nacque al termine giusto una figlia che noi chiamiamo Voluttà."

(Apuleio, L'Asino d'Oro)

domenica 20 novembre 2011

...

Ah, è un inferno essere amati da chi non ama né la felicità, né la vita, né se stesso, ma soltanto te.

Elsa Morante, L'isola di Arturo.

mercoledì 16 novembre 2011

brutti momenti


palloncini, pesciolini, frittatine, mandarini, tutti a nanna. abbiamo solo giocato. la vida es sueño.
domani ti svegli, e sei morta. e continuerai a sognare IERI.

lunedì 24 ottobre 2011

la mia inquietudine

Uma língua é o lugar donde se vê o Mundo e em que
se traçam os limites do nosso pensar e sentir. Da minha
língua vê-se o mar. Da minha língua ouve-se o seu rumor,
como da de outros se ouvirá o da floresta ou o silêncio do
deserto. Por isso a voz do mar foi a da nossa inquietação.

Vergilio Ferreira

mercoledì 12 ottobre 2011

se lo dico io non mi credete.




La vida empieza en lágrimas y caca,

luego viene la «mu», con «mama» y «coco»;
síguense las viruelas, baba y moco,
y luego llega el trompo y la matraca.

En creciendo, la amiga y la sonsaca
(con ella embiste el apetito loco).
En subiendo a mancebo, todo es poco,
y después la intención peca en bellaca.

Llega a ser hombre y todo lo trabuca:
soltero sigue toda perendeca,
casado se convierte en mala cuca.

Viejo encanece, arrúgase y seca;
llega la muerte, todo lo bazuca,
y lo que deja paga, y lo que peca.


Francisco de Quevedo

giovedì 4 agosto 2011

i mari del Sud

Soltanto i giovani hanno momenti simili. Non sto parlando dei giovanissimi. No. I giovanissimi, in effetti, non

hanno momenti. È il privilegio della prima giovinezza di vivere in anticipo sui propri giorni, in quella bella continuità di

una speranza che non conosce né pause né introspezione.

Ci si chiude alle spalle il piccolo cancello della fanciullezza e si entra in un giardino incantato, dove anche le

ombre splendono di promesse e ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. Non perché sia una terra inesplorata. Si

sa bene che tutta l'umanità è passata per quella stessa strada. È il fascino dell'esperienza universale da cui ci si aspetta

una sensazione non comune o personale: un pezzetto di se stessi.

Riconoscendo le orme di chi ci ha preceduto, si va avanti, eccitati e divertiti, accogliendo insieme la buona e la

cattiva sorte - le rose e le spine, come si suol dire - il variegato destino comune che ha in serbo tante possibilità per chi

le merita o, forse, per chi ha fortuna. Già. Si va avanti. E il tempo, anche lui va avanti; finché dinnanzi si scorge una

linea d'ombra che ci avvisa che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata indietro.

Questo è il periodo della vita in cui è probabile che arrivino i momenti di cui ho parlato. Quali momenti?

Momenti di noia, ecco, di stanchezza, di insoddisfazione. Momenti precipitosi. Parlo di quei momenti in cui chi è

ancora giovane è portato a compiere atti avventati, come sposarsi all'improvviso, o abbandonare un lavoro senza motivo

alcuno.

La linea d'ombra - J. Conrad


giovedì 28 aprile 2011

russosky

"Ahimè, i grassi sanno far meglio dei magri il fatto loro. I magri vengono per lo più impiegati in missioni speciali e corrono di qua e di là; la loro esistenza è in certo modo troppo leggera, aerea e non molto sicura. I grassi, invece, non occupano mai cariche incerte, ma solo quelle stabili e, quando si insediano in un posto, si insediano decisamente, così che potrà piuttosto il posto scricchiolare e crollare sotto di loro, che loro esserne sbalzati. Essi non amano lo sforzo esteriore: la loro marsina non è così ben tagliata come quella dei magri, ma in compenso nei loro cassetti c'è ogni ben di Dio. Al magro, dopo tre anni non rimane più nemmeno un' "anima" che non sia impegnata la monte di pietà; invece al grasso, che è, che non è, ora gli spunta fuori una casa in una zona alla periferia della città, comperata a nome della moglie, poi nella zona opposta un'altra casa, poi nei pressi della città un piccolo villaggio, poi un villaggio più grande con chiesa e tutto il resto. Finalmente il grasso, dopo aver servito Dio e lo zar ed essersi meritato il rispetto generale, lascia il servizio, si trasferisce in campagna e diventa un possidente, un gran signore russo, molto ospitale; vive evive bene. E dopo di lui gli eredi magri sperperano, secondo l'usanza russa, di gran carriera, tutto il patrimonio paterno".
Nikolaj Vasil'evic Gogol', Le anime morte

giovedì 24 febbraio 2011

Bacco senza Arianna

Roberto Ferri, Dioniso.
http://www.robertoferri.net/

« Suol di Tebe, a te giungo. Io son Dïòniso,

generato da Giove, e da Semèle

figlia di Cadmo, a cui disciolse il grembo

del folgore la fiamma. »

Euripide, Le Baccanti




Amantes y enemigos


Qué extraña enfermedad es la pasión. Desde niños llevamos en el ánimo un doloror, una herida sin nombre, una necesidad frenética de entregarnos al Otro. A ese Otro, que está dentro de nosotros y no es más que vacío, lo intentamos encontrar por todas partes: nos lo inventamos en nuestros compañeros de universidad, en el colega de trabajo, en nuestro vecino. Como Anna y Ruggiero. Ahora bien, cuando ese perfecto extraño no responde a nuestra necesidad y nuestra fabulación, entonces nos embarga la tristeza más honda y más elemental, esa desolación que Dios debió de crear en el Primer Día, tan antigua es y tan primordial. Desciende la melancolía del desamor sobre nosotros como una lluvia de muerte sólo comparable a la del Diluvio Universal; porque igual de tristes y de excluidos y de condendo a la no vida deviarono de sentirse, cuando aquella hecatombe, todos los seres que no encontraron plaza en el Arca de Noé. Aupados a una última colina que en pocas horas también se anegaría, las criaturas no admitidas contemplarían con desgarradora nostalgia cómo se alejaba la barca salvadora, toda ella repleta de parejas. Las felices e inalcanzables parejas de los otros.


Rosa Montero, Los besos de un amigo, in Amantes y enemigos. Cuentos de parejas

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Mandarino per nascita e per elezione, a orologeria per necessità. politicamente scorretta, vivo libera da ogni convenzione e religione, tutti i giorni reinvento il mio mondo e ridò la carica al mio trenino a molla