"Cos'è che in noi mente, uccide, ruba?" Georg Büchner, Woyzeck

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sabato 12 novembre 2011

"Se l'Italia non fosse nell'euro..."


http://infotricksblog.blogspot.com/2011/11/se-litalia-non-fosse-nelleuro.html

di: Enrico Piovesana


Il giornalista economico britannico Ambrose Evans-Pritchard, responsabile della sezione economica internazionale del Telegraph, ha scritto pochi giorni fa in un suo articolo:
“Lasciatemi aggiungere che l’Italia non è fondamentalmente insolvente. È in questi pasticci perché non ha un prestatore di ultima istanza, una banca centrale sovrana o una moneta sovrana. La struttura dell’euro ha trasformato uno stato solvente in uno insolvente. Ha invertito l’alchimia”.

Affermazioni degne di nota che Peacereporter ha chiesto a Evans-Pritchard di spiegare.

Fondamentalmente la posizione debitoria italiana è solida - ci ha detto il giornalista britannico al telefono - perché non esiste solo il rapporto debito pubblico/Pil stabilito dal Trattato di Maastricht.

Se tra i criteri di sostenibilità di un economia si considera anche il debito privato, l’Italia risulta uno dei Paesi più stabili d’Europa. L’indebitamento delle famiglie italiane e delle società non finanziarie italiane è il più basso d’Europa (42 per cento del Pil, contro il 103 britannico, l’84 spagnolo, il 63 tedesco e il 51 francese, ndr) e ciò rende il debito aggregato italiano (pubblico più privato) inferiore a quello di Gran Bretagna, Spagna e Francia, e analogo a quello della Germania.

Inoltre lo Stato italiano è uno dei pochi al mondo ad avere un avanzo primario, ovvero a incassare più di quello che spende, al netto degli interessi che paga sul debito pubblico.

Considerate queste condizioni, se il vostro Paese non fosse entrato nell’euro e aveste quindi una banca centrale sovrana in grado di attuare una politica monetaria autonoma espansiva a sostegno dello sviluppo la situazione dell’Italia sarebbe molto migliore. Ovviamente stiamo parlando in linea puramente teorica, perché ormai che siete dentro non potete uscirne: sarebbe una catastrofe per voi e per l’Europa in generale.

Il problema è che la direzione in cui stiamo andando è proprio questa, perché la politica economia della Bce produce risultati nefasti.

La politica monetaria restrittiva della Bce, che anche in questi ultimi anni di piena recessione ha pedissequamente osservato il suo dovere statutario di tenere bassa l’inflazione tenendo alto il costo del denaro, ha ristretto il credito e di conseguenza ha rallentato la crescita di tutta l’Europa. E ora pretende di salvare Paesi in recessione come Grecia e Italia imponendo loro riduzioni salariali e tagli occupazionali che bloccheranno crescita e sviluppo.Incompetenza, per non dire di peggio.

A questo si sommano la pericolosità politica dell’azione della Bce, che impone i suoi diktat in maniera arrogante e offensiva della sovranità nazionale. Si pensi al piano per la Grecia che prevede l’apertura ad Atene di uffici europei permanenti per monitorare l’applicazione di queste misure, come una sorta di viceré europeo.

lunedì 29 marzo 2010

Nanni


non è che io non creda nelle persone.....

http://www.youtube.com/watch?v=R2fSCwHFJL4

sabato 20 marzo 2010

CESAROPAPISMO



Umberto Galimberti: Come diceva Platone, se vogliamo fare la democrazia dobbiamo cacciare dalla città retori e sofisti.
se vogliamo fare la democrazia dobbiamo ragionare.

http://www.youtube.com/watch?v=0jeDOa6A9L4&feature=fvsr

giovedì 18 marzo 2010

Cusenza sutta VOTAZIONI... Veniamo in pace.

dal mitico www.spigaweb.org un fantastico commento sui manifesti elettorali a Cosenza:

Cusenza, 13 (cum'i filici) marzu 2010
Carissimu amicu (si si fimmina carissima amica),
ci simu quasi: l'elezioni reggionali stannu arrivannu e tutta Cusenza è na spasera i poster, manifesti i muarti, munnizza e manifesti elettorali.
Ci pu minà cu na mazza ca i mienzi su porcarie (Fotosciop ha fattu cchiù danni d'a bumma atomica) e putissaru essa evitate tranguillamente. Facimu angunu esembiu. U cchiù terribbile i tutti un potìa essa ca chiru i Nicola Adamo (oramai sciruppatu abbastanza intra tutti s'anni tra colpi d'i scena, figli spuri e trangani vari fra iddru e ra mugliera): u slogan i su pruvissuri è (accuarti ari maiuscole e ri minuscole): uno PER noi.
A parte ca un si capiscia si u slogan è na minaccia, chiru ca mi lassa peLplessu è: picchì su PER maiusculu? Tena istinti moltiplicatori (a livello i chiru ca ja moltiplicannu u pane e ri pisci?); s'è iscrittu ari scole elementari e vo fa capì ca canuscia ADDIZIONE, SOTTRAZIONE, u PER e LA DIVISIONE; o, cumu dicìa prima, è na minaccia pi dire: sciambà, è unu pi nua, cioè chissu ni meritamu...
N'atru ca tena scatti i matematica è Enzo Damiano (alleanza per la calabria). Slogan: Mi farò in... 4 per te! Damià, u numaru ti cummenìa aru scriva a littare, puru picchì nu 4, in matematica, un mi para ca porta buanu. Francesco Morelli (Pdl), lassa a matematica e si jetta sull'INSIEMISTICA. Slogan: Non IO ma VOI, non da soli ma INSIEME. Allura, analizzamu a questione. Si dici non Io e pu dici Insieme...correggitimi si sbagliu: unn'avissa d'essa "non io ma NOI"?
Si no gioia mia, o tu o loro siti fora i l'accucchiata. Decidati.
Antonio Pizzini si affida all'acronimo Prima e Dopo Liberi dal bisogno. Tuttu su mbracchiu pi dì PDL. Pizzì, un ti fa vida i Bartezzaghi ca sinnò ricuagli ancunu buffu...
Nuove tecnologie pi Pino Quintieri (alleanza per la calabria) e Michele Trematerra (Udc). U primu li mina na pagina i Facebook e ci scriva Pinobook :), l'atru li pialla nu pulsante i youtube mienzu aru manifestu. Trematè, un mi fa chiamà a Umbertu Eco, mu spieghi ch'ha vulutu dì?
Alfonso Cosentino (UDC) s'affida ara semantica, slogan: COSENTINO, di nome e di fatto. Unu ca un si sa s'è cusentinu e sicuramente un s'affida all'ITALIANO è u rifondarolo Ferdinando Aiello ca, supa nu manifestu, duna appuntamentu a piazza Santo SpiTiro! Alla RELIGIONE si ci jetta carlo Guccione (n'atru d'u PD): manifestu ccu ra calabria e ra scritta "Terra Promessa". Gucciò, fammi capì, e chini sì? Mosè?
Nzomma ara fine d'i cunti, simu intra na guerra addi chira ca perda è sra SCOLA. Si ti vu fa na cultura i manifesti (e quindi a ti fa quattru risi a gratis) basta ca ti fa nu giru si parti parti o visiti u situ i Demetrio Guzzardi http://manifesticalabria.blogspot.com U sacciu ca u cchiù ti fa venì u vuammicu. D'altronde, CI NNI VU BENE ARA CALABRIA? E MO TI FRICHI.
N'abbrazzu, Webmastru
webmastru@spigaweb.org http://www.spigaweb.org

ps. grazie a ClaudiaLepo per la dritta.....

mercoledì 17 marzo 2010

quel gran genio di mia sorella


quel gran genio di mia sorella Claudia ha pensato bene che se Emanuele Filiberto riproverà a candidarsi alle prossime elezioni ... potremmo cambiare il sistema elettorale esprimendoci con il TELEVOTO per poter essere certi che vinca!!!!!!!!!
(e quando le ho detto che volevo postare questa genialata si è così espressa: "Vida cca di fà, ca si ci da l'idea pu u fannu daveru!!!)

se avete bisogno di un ripasso sui suoi trascorsi in politica....
http://it.wikipedia.org/wiki/Emanuele_Filiberto_di_Savoia_(1972):
Nel 2005 ha fondato il movimento d'opinione Valori e Futuro.

Alle elezioni politiche italiane del 2008 si candida per essere eletto alla Camera dei Deputati con una lista denominata "Valori e Futuro con Emanuele Filiberto", presentandosi solo per la circoscrizione estera "Europa". Collaboratori del progetto politico di Emanuele Filiberto sono:

Enrico Giuliano, presente sulla lista nera degli italiani con il conto corrente in Liechtenstein e sotto inchiesta per truffa ai danni dello Stato; Giuliano, indagato dalla procura di Roma per omessa ed infedele dichiarazione dei redditi, dichiara che i 5 milioni del conto estero sono fondi personali e non del partito.
Lucio Barresi, già noto alla cronaca per lo scandalo di vallettopoli.
Mariano Turrisi, vicepresidente del movimento, arrestato per mafia il 22 ottobre 2007.
Con soltanto lo 0,4%, "Valori e Futuro con Emanuele Filiberto" si è classificato come il peggior risultato della circoscrizione estera "Europa", l'unica nella quale si era presentato, diventandone l'ultimo partito in assoluto in ordine di preferenze .

Il 28 aprile 2009 è stata presentata la sua candidatura per le elezioni europee del 2009 nelle file dell'UDC. Il suo nome figurava terzo in lista dopo quelli di Magdi Allam e Luca Volonté. Anche questa volta, però, Emanuele Filiberto, pur raccogliendo circa ventiduemila preferenze, non è stato eletto.

domenica 7 marzo 2010

Falce e..????

leggo dal sito della Presidenza della Repubblica (www.quirinale.it) a proposito della decisione di firmare il decreto salva-liste:

Il Presidente Napolitano risponde ai cittadini

Signor Presidente della Repubblica,
le chiedo di non firmare il decreto interpretativo proposto dal governo in quanto in un paese democratico le regole non possono essere cambiate in corso d'opera e a piacimento del governo, ma devono essere rispettate da tutte le componenti politiche e sociali per la loro importanza per la democrazia e la vita sociale dei cittadini italiani.
Confidando nella sua serenità e capacità di giudizio per il bene del Paese e nel suo alto rispetto per la nostra Costituzione.
Cordiali saluti
Alessandro Magni

Signor Presidente Napolitano,
sono a chiederle di fare tutto quello che lei può per lasciarci la possibilità di votare in Lombardia chi riteniamo che ci possa rappresentare. Se così non fosse, sarebbe un grave attentato al diritto di voto.
In fede
M. Cristina Varenna

Egregio signor Magni, gentile signora Varenna,
ho letto con attenzione le vostre lettere e desidero, vostro tramite, rispondere con sincera considerazione per tutte le opinioni dei tanti cittadini che in queste ore mi hanno scritto.
Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall'ufficio competente costituito presso la corte d'appello di Milano. Erano in gioco due interessi o "beni" entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di "beni" egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico.
Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell'opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere - neppure in Lombardia - "per abbandono dell'avversario" o "a tavolino". E si era anche da più parti parlato della necessità di una "soluzione politica": senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso. Una soluzione che fosse cioè "frutto di un accordo", concordata tra maggioranza e opposizioni?
Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia. In realtà, sappiamo quanto risultino difficili accordi tra governo, maggioranza e opposizioni anche in casi particolarmente delicati come questo e ancor più in clima elettorale: difficili per tendenze all'autosufficienza e scelte unilaterali da una parte, e per diffidenze di fondo e indisponibilità dall'altra parte.
Ma in ogni caso - questo è il punto che mi preme sottolineare - la "soluzione politica", ovvero l'intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti - dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano - che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.
Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell'interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione - comunque inevitabilmente legislativa - potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura.
La vicenda è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni, e ha messo in evidenza l'acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E' bene che tutti se ne rendano conto. Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale. Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri.
Cordialmente
Giorgio Napolitano



il mio unico e solo commento è:




lunedì 4 gennaio 2010

l'ormone comunista

"Il comunismo, per me, è di natura ormonale. Oltre all'ipofisi, io ho nel cervello una ghiandola che secerne ragioni affinchè io sia stato e continui ad essere comunista. Quelle ragioni le ho trovate, un giorno, condensate in un motto de La Sacra Famiglia di Marx ed Engels: “Se l'uomo è formato dalle circostanze, bisogna formare le circostanze umanamente.”
Le circostanze non le ha formate umanamente il socialismo pervertito, e tanto meno le formerà mai il capitalismo, che è pervertito per definizione. Dunque, il mio cervello continua a secernere l'ormone."

(“Se si potesse globalizzare il pane, starei dalla parte dei globalizzatori”, intervista di Piergiorgio Odifreddi a José Saramago)

domenica 11 ottobre 2009

Umberto Galimberti

Kant ci ha insegnato che l'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo. Obbligare le donne alla generazione ogni volta che sono, rimangono incinte, significa trattare il corpo delle donne come mezzo di riproduzione, ma trattare il corpo della donna come mezzo di riproduzione confligge appunto con l'indicazione di Kant, che poi non è solo quella di Kant ma anche l'indicazione cristiana, che l'uomo va trattato come un fine e non come un mezzo, che l'uomo è persona e non strumento di generazione. Il problema si ripropone in Italia a causa della sudditanza generalizzata dei politici italiani nei confronti delle esigenze della Chiesa cattolica: io quando vedo le genoflessioni sia a destra che a sinistra nei confronti della Chiesa cattolica, mi domando: dov'è mai lo Stato italiano? Il quale per definizione come ogni Stato deve essere laico. Laico è una parola greca che vuol dire "bene comune". Allora il laico è colui che deve farsi carico delle istanze di tutti, non delle istanze di un principio di fede: questa è una cosa molto importante. I laici ritengono poi di non poter disporre di una morale che non discenda dal voler di Dio, ma una morale che discende dal volere di Dio è tipica delle morali primitive, dove gli uomini non sapendo dare delle leggi a se stessi hanno dovuto ancorarla ad una volontà superiore. Ma dopo abbiamo avuto l'illuminismo, abbiamo cominciato a ragionare; anche se con poco coraggio, il nostro cervello lo sappiamo anche usare. E allora a questo punto è possibile benissimo costruire una morale laica, fondata innanzitutto su quel principio di Kant che abbiamo segnalato, e poi su un altro principio, molto importante: che la morale è fatta per gli uomini, non gli uomini per la morale. Questa è un'altra frase di Kant che fa, che riproduce esattamente con un altro linguaggio quello che Gesù Cristo aveva detto: il sabato è fatto per gli uomini, non gli uomini per il sabato. Cioè: guai a piegare l'uomo alla legge e assumere la legge come giudizio nei confronti dell'uomo, perché quello che c'è da salvare non è il principio della legge, quello che c'è da salvare è l'uomo. (Umberto Galimberti)



la leggenda del premier eletto dal popolo


di Ilvo Diamanti

"Presidente eletto dal popolo". Così si definisce Silvio Berlusconi.
Sempre più spesso, da qualche tempo. Per rivendicare rispetto dai molti nemici che lo assediano. Ma, al tempo stesso, per marcare le distanze dall'altro presidente. Giorgio Napolitano. Il Presidente della Repubblica.
Il quale, al contrario, è "eletto dal Parlamento". Anzi da una parte di esso. Perché Napolitano non è "super partes", ma di sinistra. Come tutte le altre istituzioni dello Stato. Corte Costituzionale e magistratura in testa. Non garanti. Ma soggetti politici. Di parte.
Per questo Berlusconi non ne accetta le decisioni, ma neppure il ruolo. In pratica: considera le istituzioni dello Stato - e quindi la Costituzione - inadeguate. Peggio: illegittime. Meno legittime di lui, comunque.
Presidente eletto dal popolo. Queste affermazioni, sostenute a caldo e a tiepido dal premier, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, si fondano su premesse discutibili, anzitutto sul piano dei fatti. Dati per scontati. Che scontati non sono.
Il primo fatto è che Berlusconi sia un presidente "eletto dal popolo". È quanto meno dubbio. Perché l'Italia non è (ancora) un sistema presidenziale. I cittadini, gli elettori, votano per un partito o per una coalizione. Non direttamente il premier o il presidente. Anche se, dopo il 1994, abbiamo assistito a una progressiva torsione delle regole elettorali e istituzionali in senso "personale". Senza bisogno di riforme. Così, nella scheda elettorale, accanto ai partiti e alle coalizioni viene indicato anche il candidato premier. (Come ha lamentato, spesso, Giovanni Sartori).
Tuttavia, non si vota direttamente per il premier, ma per i partiti e gli schieramenti. Silvio Berlusconi, per questo, non è un presidente eletto dal "popolo". Semmai dal "Popolo della Libertà". Da una maggioranza di elettori, comunque, molto relativa.

Alle elezioni politiche del 2008 il partito di cui è leader Berlusconi, il Pdl, ha, infatti, ottenuto il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Intorno a un terzo del "popolo", insomma.
Peraltro, prima di unirsi con An, fino al 2006, il partito di Berlusconi era Forza Italia, che non ha mai superato il 30% dei voti (validi). Al risultato del Pdl si deve, ovviamente, aggiungere il 10% (o l'8%, a seconda della base elettorale prescelta) ottenuto dalla Lega. I cui elettori, però, non hanno votato per Berlusconi. Visto che al Nord la Lega ha sottratto voti al Pdl, di cui è alleata e concorrente. E quando ha partecipato al governo (come in questa fase) si è sempre preoccupata di fare "opposizione".
Questa considerazione risulta ancor più evidente se si fa riferimento al risultato delle recenti europee. Dove si è votato con il proporzionale e con le preferenze personali. Il Pdl, il partito di Berlusconi, ha infatti ottenuto il 35,3% dei voti validi, ma il 33% dei votanti e il 21,9% degli aventi diritto. Lui, il Presidente, ha personalmente ottenuto 2.700.000 preferenze. Il 25% dei voti del Pdl, ma meno del 9% dei votanti. Il risultato "personale" più limitato, dal 1994 ad oggi.
Tutto ciò, ovviamente, non intacca la legittimità del governo e del premier. Semmai la sua pretesa di interpretare la "volontà del popolo".
D'altronde, si vota una volta ogni cinque anni, mentre i sondaggi si fanno quasi ogni giorno. Per cui, più che sul voto, il consenso tende a poggiare sulle opinioni. Sulla "fiducia".
Ma stimare la "fiducia" dei cittadini è un'operazione difficile e opinabile. Che non coincide con il consenso elettorale. Non si capirebbe, altrimenti, perché, se davvero - come sostiene Berlusconi - il 70% degli italiani ha fiducia in lui, alle recenti elezioni europee il Pdl si sia fermato al 35%, la coalizione di governo al 45% e le preferenze personali per il premier al 9% (dei voti validi). La fiducia, inoltre, è difficile da misurare. Per ragioni sostanziali, ma anche metodologiche. Soprattutto attraverso i sondaggi. Dipende dalle domande poste agli intervistati. Dagli indici che si usano.
Alcuni fra i principali istituti demoscopici (come Ipsos di Nando Pagnoncelli e Ispo di Renato Mannheimer) utilizzano una scala da 1 a 10, per analogia al voto scolastico. Per cui l'area della "fiducia" comprende tutti coloro che danno a un leader (o a un'istituzione) la sufficienza (e quindi almeno 6).
Oggi, in base a questo indice, circa il 50% degli italiani esprime fiducia nel premier Berlusconi (le stime di Ipsos e Ispo, al proposito, convergono). Mentre a fine aprile, dopo il terremoto in Abruzzo, superava il 60%. Ciò significa che negli ultimi mesi la "fiducia" del popolo nel premier si è ridotta, anche se risulta ancora molto ampia. Tuttavia, anche accettando questi indici, un 6 può davvero essere considerato un segno di "fiducia"? Ai miei tempi, nelle scuole dell'obbligo - ma anche al liceo - era una sufficienza stretta. Come un 18 all'università. Che si accetta per non ripetere l'esame. Ma resta un voto mediocre. Basterebbe alzare la soglia, anche di pochissimo, un solo punto. Portarla a 7. Per vedere la fiducia nel premier (e in tutti gli altri leader) scendere sensibilmente. Al 37%. Più o meno come i voti del Pdl. Con questi dati e con queste misure appare ardita la pretesa del premier di parlare in "nome del popolo". Tanto più che, con qualunque metro di misura, il consenso personale verso il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, risulta molto più elevato. Fino a una settimana fa, prima della recente polemica, esprimeva fiducia nei suoi confronti circa l'80% degli italiani, utilizzando come voto il 6. Oltre il 50%, con una misura più esigente: il 7. Lo stesso livello di consenso raccolto dal predecessore, Carlo Azeglio Ciampi.
Anche da ciò originano le tensioni crescenti tra il premier e il Presidente della Repubblica. Nell'era della democrazia del pubblico. Maggioritaria e personalizzata. Dove i media sono divenuti lo spazio pubblico più importante. E il consenso è misurato dai sondaggi. Nessuno è "super partes". Sono tutti "parte". Tutti concorrenti. Avversari o alleati. Amici oppure nemici. Anche Napolitano, soprattutto Napolitano. Per la carica che occupa e la fiducia che ottiene. Agli occhi di Berlusconi, impegnato a costruire la leggenda del "presidente votato e voluto dal popolo". Non può apparire amico.


(http://www.repubblica.it/, 11 ottobre 2009)

NOBEL PER LA PACE 2009


Io gli faccio i miei migliori auguri e spero che se lo meriti

martedì 29 settembre 2009

...Padania????


avete presente il Sinn Fein?

in lingua gaelica significa "noi stessi"ed è il partito indipendentista irlandese, partito repubblicano che proclama la necessità dell'unità irlandese.inutile dire che nella loro propaganda la simbologia celtica si spreca...


tutto questo verde....cosa vi ricorda? e già....le stesse radici che tira in ballo il senatur.... che vuole evocare nel popolo leghista un'unione ancestrale del nord Italia, un'origine antica, pre-romana, mitica,stile Asterix contro Cesare, per differenziarsi e rafforzare questa urgenza di devoluzione dal paese..


ma aiutatemi a ricordare... già qualcuno una volta evocò origini ariane per distinguersi ed elevarsi...fare leva sulla (presunta) differenza razziale è sempre un collante formidabile per le masse. il concetto di razza è un falso scientifico, lo sappiamo bene, ma la motivazione economica che c'è sotto...con quella come la mettiamo?
ma torniamo al Sinn Fein, e sentiamo la semplice e illuminante dichiarazione di Gerry Adams, il suo maggior esponente, a proposito della secessione leghista e di una presunta relazione di ideali:


"Padania? .....noi stiamo con la Calabria!"


e vorrei aggiungere ancora le parole di Florence, personaggio del libro "Noi credevamo" di Anna Banti.


Florence è irlandese, sposata a un uomo politico piemontese trasferito in Calabria. In un momento confidenziale dichiara: "pensavo alla mia Irlanda, un paese povero e oppresso come la Calabria, ma senza sole. Voi credete che l'Inghilterra sia la patria della giustizia e non è vero"

e dunque io mi domando:

Cos'è che rende affini? cosa ci rende fratelli?
un sostrato dovuto a una migrazione di popoli di 2500 anni fa..? o un sentimento umano di oppressione, di sopraffazione, di ingiustizia?

lunedì 28 settembre 2009

il mio scrittore preferito


Non vedo quale altro nome potrei dargli. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che che dà feste, organizza orge e comanda un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte del paese di Verdi se un vomito profondo non riesce a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene e distruggere il cuore di una delle più ricche culture europee.

(Josè Saramago, da La cosa Berlusconi, El País, 7 giugno 2009; citato ne il manifesto, 8 giugno 2009, p. 2)

mercoledì 22 aprile 2009

il mio NO al ponte sullo stretto



Il Tirreno è casa mia.
Ho imparato a nuotare nelle sue acque, prima ancora di saper camminare. Le sue acque mitiche, avamposto omerico per la conoscenza … le sue acque delicate, le sue coste straziate.
Non so dirvi quanti spaventi mi sono presa, quando mi immergevo e, abituati gli occhi al buio, trovavo le praterie di posidonie fluttuanti…. Mi sembrava mi volessero ipnotizzare e attirarmi in profondità.
Per chi come me è cresciuto con l’Odissea questi posti riecheggiano di eroi, dei, mostri marini che si contendono i naviganti; è un mare magnifico che si tinge di viola, con spiagge dai nomi suggestivi, Praia di Fuoco, Spiaggia delle Sirene, nelle quali il sole se ne va a morire. E quelle sette perle che sembrano affiorare dall’azzurro solo per farti sentire felice di essere vivo.

È un mare in cui ti tuffi per cercare il mito e trovi la vita.
Ogni volta che da Cosenza vado a Catania ho il mio piccolo rito. Innanzitutto mi fermo a Pizzo, a mangiare il tartufo, e poi inizio a cercare Stromboli con lo sguardo..poi la costa siciliana.. Tutte le volte spero di essere vittima della Fata Morgana, ma a me non è mai capitato…
Arrivata sul traghetto mi affaccio sul ponte e penso:
“Raccontami, o Musa, l’uomo ricco d’astuzie
che a lungo errò dopo che ebbe distrutto la rocca sacra di Troia” .
Io la chiamo la mia pausa-Omero, che mi rimette in contatto con qualcosa di antico ma ancora pulsante che è accaduto in questi luoghi..
Poi vado al bar e mangio un arancino! Mi godo tutto il viaggio, con tutto quello che comporta, mi godo anche questa pausa che mi permette di riflettere e godere dello splendido paesaggio dello stretto, quei tre chilometri deliziosi che ci separano e che ci uniscono… che ci uniscono, certo, questo spettacolo della natura la Calabria e la Sicilia lo condividono.
L’arancino finisce subito, e anche la traghettata! (il vero incubo inizia ora, attraversare Messina..)


Bene, qui finisce la poesia e inizia la fredda analisi: qual è il vero progresso? Costruire il ponte-meraviglia o acquisire una mentalità rispettosa dell’ambiente? Io il progresso lo vedo come progresso sociale, presa di coscienza di quanto l’opera dell’uomo sia impattante, straziante, e di quanto ciò si ripercuota presto o tardi come un boomerang.

Siamo sempre critici nei confronti del “falso progresso” dei cinesi, che con la loro diga-meraviglia hanno fatto estinguere il delfino d’acqua dolce, ma vogliamo costruire un ponte la cui immensa campata proietterà un’ombra tale da essere percepita come una barriera dai pesci di passo (tonni, pesce spada, su cui si basa la pesca nello stretto). Avete chiesto agli abitanti di Bagnara, capitale degli “spadari”, cosa ne pensano? L’illuminazione notturna modificherà, naturalmente, il comportamento delle specie marine e non, e sappiamo quanto sia peculiare e delicato l’ecosistema dello stretto… inoltre verrebbe compromesso anche l’ecosistema della riserva naturale del Pantano (dove già inizierebbe la struttura del ponte). Sia in Calabria che in Sicilia un centinaio di persone subiranno l’espropriazione… diverse centinaia vivranno con i piloni sulla loro testa….sulle spiagge immediatamente vicino al ponte chi ci andrà più in vacanza? Sai che meraviglia fare il bagno sotto i piloni…
Vorrei citare testualmente l’intervento del professor Pieroni, docente all’Unical, intervento che ho trovato sul numero 119 di Meridiani:
“il ponte non è moderno. È indietro sulla realtà attuale di almeno venti anni: stiamo andando verso progetti di demotorizzazione, stiamo tornando a utilizzare il mare e le vie fluviali, stiamo andando verso fonti di energia alternative e rinnovabili, verso una mobilità diversa, le stesse scienze delle costruzioni si interrogano sulla utilità e sulla durata del cemento e ci si spaccia come moderno un mastodontico nastro di cemento, acciaio e asfalto per automobili. Tra i paesi industrializzati siamo quello che detiene il record anacronistico del trasporto su gomma: il ponte ci aiuterà a restare fanalino di coda in questa graduatoria”
“il ponte sullo stretto è ancora un modello di non sviluppo, perché non sviluppa la forze locali, nega altre priorità sul terreno delle politiche sociali, dove urgono invece servizi diffusi e capillari; distrugge una risorsa dell’ambiente: la bellezza….. una risorsa che, se ben gestita e valorizzata, è capace di produrre ricchezza”
Il prof. Pieroni si è fatto promotore di un appello all’Unesco perché l’area dello stretto diventi Patrimonio dell’Umanità e goda quindi di speciali tutele. ECCO UNA BELLA INIZIATIVA DA SOSTENERE. In centro e nord Italia è pieno di siti, centri storici, parchi protetti dall’Unesco… pensate al parco delle 5 terre in Liguria… loro sì che hanno saputo tutelarsi e anche valorizzarsi, inventandosi una particolarità e costruendoci su tutto il terziario..
E poi veniamo alla questione politica. Questa storia del ponte mi sembra che sia proprio un volerci buttare FUMO NEGLI OCCHI.
La Lega è tornata all’attacco con la secessione, solo che hanno deciso di procedere per tappe, e la devoluzione è la prima. Dopo averci affamato, succhiato anche l’anima, averci fatto emigrare facendo la fortuna di altri paesi, ora ci scaricano e con disprezzo! E lo fanno secondo le regole della democrazia, perché li abbiamo mandati al governo! La realizzazione del ponte è fumo negli occhi per non farci vedere quanto stiano allargando il divario Nord Sud, quanto siano pronti a sganciarci, lasciandoci nella merda, con le strade che franano, e il ponte meraviglia!
Non sarà un ponte a unirci, quello che può unirci è la presa di coscienza di noi tutti popoli del sud sulla piega degli eventi politici oggi in Italia. Questo ponte è fumo negli occhi.
Io, se fossi presidente del consiglio, vorrei passare alla storia per aver governato onestamente, per aver sostenuto leggi giuste, per aver operato delle politiche sociali accorte, rivalutato la questione meridionale, promosso l’istruzione…..
Non vorrei passare alla storia per aver realizzato il peggiore degli ecomostri!


Ps: se dovete andare in Sicilia, non avete tempo da perdere e prendete l’aereo…..niente tartufo e niente arancino…! ma almeno non ingrassate!

martedì 21 aprile 2009

Antonio


“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.

Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

ANTONIO GRAMSCI.

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Mandarino per nascita e per elezione, a orologeria per necessità. politicamente scorretta, vivo libera da ogni convenzione e religione, tutti i giorni reinvento il mio mondo e ridò la carica al mio trenino a molla